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Il comune di Fiano appartiene a: Regione Piemonte - Città metropolitana di Torino

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Castello

Il castello di Fiano

Nella valle della Stura di Lanzo, Fiano è uno dei pochi toponimi di chiara origine latina: esso deriva infatti dal nome dell’antico proprietario del fundus (la fattoria) di epoca romana, un certo Fillius. In una zona prevalentemente boscosa era quindi un centro di colonizzazione. E conservò la sua fisionomia agraria anche nel medioevo: era infatti una curtis appartenente ai vescovi di Torino, cui la confermò nel 1159 Federico Barbarossa.
Nel ’200 nella valle della Stura si affermò rapidamente l’egemonia dei marchesi di Monferrato. Fu il famoso marchese Guglielmo VII a impadronirsi delle valli di Lanzo, e certamente anche di Fiano, intorno al 1280. All’epoca della dominazione monferrina risale probabilmente la costruzione del castello, che dopo l’estinzione dei marchesi, nel novembre 1305, passò ai prìncipi d’Acaia e divenne centro di una castellania da cui dipendevano, oltre a Fiano, metà di Vallo e di Monasterolo. Per alcuni mesi, in situazione di emergenza, il castello ospitò un contingente di 25 «clientes» (uomini d’arme), per poi tornare a quella che doveva essere la normalità, un unico ‘cliente’ con una guardia.
Fiano si trovava sull’antica strada che collegava la valle di Susa con Canavese e Vercellese. Il passaggio dei traffici favorì lo sviluppo del «borgo», un insediamento accentrato e difeso da mura, l’unico alla destra della Stura. Dal pedaggio proveniva la principale entrata in denaro della castellania, mentre quelle in natura consistevano di avena, «mistura» (avena mista a frumento), vino e poca canapa.
Gli abitanti erano obbligati a servirsi dei due mulini bannali, situati lungo la Ceronda, verso Baratonia. La quarta parte dei guadagni spettava al mugnaio; il resto veniva diviso in parti uguali tra il principe d’Acaia ed i visconti di Baratonia. Vi era anche un battitoio per la canapa, i cui redditi erano distribuiti allo stesso modo. La decima, un tributo di origine ecclesiastica, era spartita tra la chiesa di San Desiderio, il principe d’Acaia ed i «de Roma», una ricca famiglia locale.
Un’accesa disputa per il controllo dei beni comuni del Monte Basso («Mons Basus») oppose fino al ’700 le comunità di Fiano e di Vallo. I documenti più antichi risalgono al 1285, quando, su incarico del marchese di Monferrato, dovette intervenire il castellano di Lanzo, e al 1324, quando il ruolo di arbitro toccò a Filippo d’Acaia. La lite riguardava i diritti di pascolo e legnatico sulla montagna.
Nel 1356, con la vittoria di Amedeo VI su Giacomo d’Acaia, Fiano passò ai Savoia. Tre anni dopo lo stesso «Conte Verde» confermò il feudo a Filippo Borgesio, nobile torinese, che poi lo vendette nel 1376, per 5750 fiorini, a Guglielmo Arcour, un notaio di Lanzo di origine canavesana. Fu suo figlio Aresmino a ricostruire il castello, forse andato distrutto nelle guerre. Alla metà del ’400 un secondo Guglielmo, figlio di Aresmino, sposò Eleonora, ultima discendente dei visconti di Baratonia, ereditandone i feudi.
Pur assumendo il titolo di visconti di Baratonia, gli Arcour continuarono a risiedere nel castello di Fiano. L’edificio comprendeva due ambienti di rappresentanza, la sala grande e la sala piccola, e numerosi altri locali: camere, «torrione», cucina, «crotte» e «crottino», logge, portico, forno, «colombaro» (colombaia) e «peschera» (vivaio dei pesci), stalle, cortili, piazza, giardino, frutteto, stalle, fossati. Sul versante ovest della collina vi era la «vigna del castello», confinante con «via Mora».
Dopo averne già ceduto alcune quote tra ’600 e ’700 (la più significativa andò ai Mellano, originari di Cuneo), nel 1862 gli Arcour, divenuti una delle principali famiglie della nobiltà torinese, vendettero i possedimenti di Fiano a Vittorio Emanuele II, che a sua volta donò il castello al Comune. L’edificio fu così parzialmente restaurato (alla metà del secolo era «quasi tutto in rovina») per ospitare uffici e scuole.
A quest’epoca Fiano era capoluogo di un mandamento di cui facevano parte Varisella, Vallo, Monasterolo, Cafasse, Robassomero, La Cassa e Givoletto ed era sede della pretura, dell’ufficio postale e della farmacia. Aveva anche due albergi ed un caffè, a conferma della sua tradizione di luogo di passaggio e di ospitalità.

(Testo redatto dal prof. Giancarlo CHIARLE)